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Maurizio Lazzarato
25 gennaio 2021

del possibile, altrimenti soffoco

Marcel Duchamp « Rrose Sélavy », Man Ray, 1920-21, Belle Haleine, Eau de Voilette. Riprodotto sulla copertina della rivista New York Dada. Fotografia di un « readymade » costituito da una bottiglia di profumo di marca Rigaud con un’etichetta modificata. La fotografia è stata pubblicata sulla copertina di New York Dada, New York, Aprile 1921 (cf. The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines: Volume III: Europe 1880 - 1940, p. 177)

Alla domanda di un giornalista: «Lei rifiuta il titolo di pittore e anche quello di uomo di lettere… Quale è allora la sua professione?», Marcel Duchamp rispondeva «Perché vuole a tutti i costi classificare la gente? Ciò che sono io, che ne so? Un uomo molto semplicemente, un «respirateur».

L’an – artiste identifica l’uomo con il respiro secondo une tradizione orientale che fa della respirazione la forza principale del corpo. L’attività preferita da Duchamp, respirare, comincia a diventare problematica con il capitalismo, perché la sua famelica volontà di possesso non si appropria soltanto del lavoro altrui, della terra e delle sue risorse, ma anche dell’aria e dell’acqua. Riesce a rendere rari anche i beni che si pensava a disposizione per tutti e per sempre.

L’Occidente sta morendo di asfissia, ma l’aria manca in molti modi.

L’aria ha cominciato a diventare irrespirabile nell’Inghilterra del XIX secolo, sede della rivoluzione industriale. Ma è durante la prima guerra mondiale che il capitalismo ha subito un cambiamento radicale. La sua forza di distruzione da relativa diventa assoluta e respirare diventa mortale.

A ogni crisi il capitalismo è costretto a distruggere le forze produttive che aveva lui stesso suscitato per produrne di ancora più performanti che, a loro volta, dovranno essere distrutte pour crearne di sempre più efficienti e cosi di seguito… all’infinito? No!

L’accelerazione della successione di produzione/distruzione/produzione allargata/distruzione allargata, determina l’identità e la reversibilità dei due termini, di modo che la crisi, in cui il capitalismo è ingabbiato da anni, si trasforma in catastrofe ecologica, sanitaria, politica. Se gli uomini sono mortali individualmente, con il capitalismo è l’umanità e la vita di molte altre specie che rischiano di sparire.

L’inquinamento e la trasformazione dell’aria è uno dei sintomi più evidenti e preoccupanti di questa dinamica. Con la prima guerra mondiale la morte che gli uomini infliggono ad altri uomini arriva dall’aria. Il cielo, sede delle divinità e del paradiso, si trasforma in un inferno. In Libia gli italiani inventano il bombardamento aereo che conoscerà un successo crescente durante la seconda guerra mondiale, per sfociare nel più grande massacro compiuto dall’umanità nel minor tempo immaginabile (un attimo). La morte a Hiroshima e Nagasaki arriva dall’aria che, assieme al cielo, ha perso tutta la sua innocenza («J’aime les nuages… les nuages qui passent… là-bas… là-bas… les merveilleux nuages!»). L’aria è diventata un caos atomico attraverso cui si diffondono onde portatrici di una morte atroce.

Carl Schmitt, cattolico conservatore, a suo tempo nazista, ma spesso molto lucido, fa notare che con l’invenzione de l’aeroplano si aggiunge una terza dimensione, alla terra e al mare, l’aria, che estende le possibilità di dominio umano sulla natura e sugli altri uomini.

«Se si considéra inoltre che lo spazio aereo sovrastante la terra e il mare non è attraversato soltanto da aeroplani, ma anche dalle onde radio delle stazioni trasmittenti di tutti i paesi, che si propagano a enorme velocità per lo spazio atmosferico attorno al globo terrestre, non ci si può esimere dal pensare che non solo sia stata acquisita una nuova, terza dimensione, ma che si sia aggiunto addirittura un terzo elemento, l’aria» di modo che alla “conquista della terra” (Landnahme) e alla “conquista del mare” (Seenahame), fa seguito la conquista dell’aria.

Ai due mostri biblici hobbesiani che rappresentato il potere, il Leviatano e Behemot, fa seguito un terzo, un grande uccello. A questo punto è chiara la svolta che si consuma nella prima guerra mondiale per quanto riguarda l’aria. A terra l’invenzione dei gas tossici obbliga a combattere con delle maschere che permettono di bloccare e filtrare l’aria avvelenata.

Walter Benjamin fa notare che le due industrie di punta dell’epoca, l’industria chimica e l’industria aereonautica, da cui sarebbe dovuto arrivare il progresso dell’umanità, hanno inventato invece nuovi metodi di messa a morte che attaccano la respirazione.

Prima dei nazisti, sono Stati gli Usa, negli anni 20, a introdurre la camera à gas, come metodo di esecuzione della pena di morte, ispirato dai gas utilizzati nella guerra appena terminata.

I nazisti sperimentarono l’uso di gas tossici per le uccisioni di masse alla fine del 1939, quando utilizzarono il monossido di carbonio puro prodotto chimicamente per eliminare i malati di mente (“Programma eutanasia”). Per la soluzione finale adottarono il gas Zyklon B prodotto dalla IG Farben con cui si muore per anossia, diminuzione o totale mancanza di ossigeno molecolare o ossigeno biatomico O2 a livello cellulare. Il trattamento per asfissia è ancora la pratica che il razzismo di stato americano, pilastro della costituzione materiale della più politica delle democrazie (Hanna Arendt), adotta per controllare e eliminare le minoranze. Prima di George Floyd, abbiamo potuto assistere alla morte di un altro nero, Eric Garner, che durante la sua agonia, schiacciato al suolo da diversi poliziotti, ha ripetuto per otto volte, “I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe”.

Tutti hanno capito che «I can’t breathe» non riguardava qualche minoranza di colore, ma designava il destino dell’umanità nel suo insieme. Sensazione premonitoria. Il sentimento di angoscia che l’immagine della morte in diretta per asfissia suscitava si è generalizzato attraverso la diffusione del Covid 19, virus originato dalla distruzione degli equilibri ecologici del pianeta, che attacca le vie respiratorie, bloccandole.

Il mondo intero è minacciato dalla mancanza d’aria. In Brasile mancano anche le bombole di ossigeno per tenere in vita i malati. Nei paesi del Nord si muore anche di più. I polmoni dei suoi cittadini sono già profondamente intaccati e indeboliti dalla aria inquinata che respirano quotidianamente.

In realtà è da anni che respiriamo sempre peggio! Sembra che il virus sia arrivato solo per confermarci che l’asfissia ci sta spegnendo a poco a poco. Ma si tratta di un soffocamento più subdolo, invasivo e ancora più pericoloso della mancanza d’aria dovuta all’inquinamento o al virus. Il pericolo è stato messo in luce da Søren Kierkegaard, il secolo scorso: “Del possibile altrimenti soffoco”. Questa realtà è balzata agli occhi quando ci si è resi conto che il potere, in ultima analisi, risiede nella capacità di imporre il possibile e l’impossibile, definendo così i limiti di ogni azione.

Un altro filosofo, un secolo dopo, Gilles Deleuze ci dice le condizioni per cominciare a respirare di nuovo: rompere con il possibile del potere e affermare, tramite un atto di creazione, un nuovo possibile.

L’atto di rottura che non è dapprima la creazione di questa o quella cosa, né la creazione di qualcuno, deve inventare nuove possibilità di vita, perché, nelle condizioni del vivere determinate dal possibile e dall’impossibile del potere, si soffoca.

In un’intervista del 1988, in risposta a una domanda sul maggio 68, Deleuze dichiara che questo movimento ha avuto la capacità di scoprire e affermare la ”univocità dell’essere”, aprendo a nuove forme di vita. Per univocità dell’essere bisogna comprendere l’affermazione di una molteplicità nella quale tutti gli esseri sono, allo stesso tempo, differenti gli uni dagli altri e uguali gli uni con gli altri. Tra l’uomo, l’animale, la pianta, l’aria e il cosmo c’è una continuità perché pur differendo radicalmente, sono radicalmente uguali. Differenza illimitata e uguaglianza senza limite. Il 68 afferma che le gerarchie tra gli umani e tra questi e i non umani (gli animali, le piante, l’aria e anche le macchine) sono dei dispositivi di potere che bisogna criticare e distruggere.

La discontinuità introdotta dalla rottura/creazione di questo nuovo possibile stabilisce una continuità che depone dal suo trono l’uomo (maschio, bianco, europeo e proprietario) e i suoi privilegi sugli umani e sui non umani. Ma l’uguaglianza metafisica tra natura e cultura, tra organico e inorganico, è soltanto una possibilità che deve essere attualizzata imponendola a una macchina capitalista che, al contrario, nel dopo 68, si ristruttura, si riorganizza rinforzando le gerarchie. Le differenze non esprimono la continuità dell’uguaglianza di tutto ciò che esiste, ma stabiliscono gerarchie di ogni genere e tipo (razzismo, sessismo, differenze di classe, ecc.) che ci impediscono di respirare. La disuguaglianza sembra reggere il mondo di maniera irreversibile.

Come è potuto succedere questo rovesciamento dell’uguaglianza spinta anche “oltre l’uomo” nella disuguaglianza infinita delle nostre società neo-liberali? Tra le molte cause, una mi tiene particolarmente a cuore: la creazione non è l’affare di «belle anime».

Tutti i discorsi sulla creazione sono viziati da un idealismo ingenuo, perché escludendo la negazione, la riducono a semplice affermazione. Quest’ultima da sola è un’astrazione. La negazione fa parte della potenza d’affermare, poiché la creazione di un nuovo possibile è sempre immanente a un campo di forze che si rapportano le une alle altre secondo modalità di comando e obbedienza, di dominio e subordinazione. Ogni forza, manifestandosi, creando il suo proprio divenire, si confronta all’esistenza di altre forze che possono impedirla, bloccarla e anche distruggerla, di modo che , per affermarsi deve sempre esprimere una capacità di resistenza e negazione che non ha niente di dialettico. Affermazione e negazione compongono insieme una strategia, parte costitutiva del processo di formazione della forza. Nietzsche, il filosofo del “si’” incondizionato alla vita, parla, addirittura di una doppia negazione, come ci suggerisce Deleuze: “L’affermazione non sarà mai reale e completa se non si fa precedere e seguire dal negativo. Si tratta allora di negazione, ma di una negazione come potenza d’affermare. L’affermazione non potrà mai affermarsi da se stessa, se prima la negazione non rompe la sua alleanza con le forze reattive e diventa potenza d’affermare nell’uomo che vuole morire; e dopo, se la negazione non riunisce non totalizza tutti i valori reattivi per distruggerli da un punto di vista che afferma”.

Doppia negazione dunque: rottura con le forze del capitalismo, di cui siamo complici, malgrado noi, attraverso il nostro lavoro e il nostro consumo. Nessuno è innocente, perché siamo tutti presi dentro il funzionamento asfissiante della macchina del potere. Senza questa prima rottura non riusciamo a disfarci degli assoggettamenti di cui siamo sia vittime che agenti. Seconda rottura: una volta la desoggettivazione attuata, distruzione dei valori e dei dispositivi di potere che definiscono il possibile dell’uomo (bianco, maschio, proprietario, abitante le regioni del nord del pianeta), dal punto di vista dell’univocità dell’essere e della creazione di nuove possibilità di vita.

Soltanto a queste condizioni potremmo ritrovare l’attività preferita di Duchamp, respirare, sia dal punto di vista esistenziale che fisiologico.